|
IL PETROLIO E GLI ERRORI UMANI NELLA RESPONSABILITA’ DELL’ INQUINAMENTO AMBIENTALE NEI MARI DEL MONDO Come avvengono i disastri : “Il colpo di ariete” |
|
L’ interesse con cui il nostro giornale segue la progettazione del South Stream, il grande gasdotto russo-italiano che passerà a tremila metri di profondità traverso il Mar Nero, ci ha consentito di occuparci anche di altre vicissitudini relative a condotte ed a pozzi petroliferi subacquei. Troppe volte questi pozzi, realizzati con apparente facilità nella profondità marine, non sono andati purtroppo a buon fine, ora per guasti inaspettati, ora ancor peggio, per guasti prevedibili e determinati dal modo troppo semplicistico di istallazione delle condotte sottomarine. Questo stato di cose si verifica soprattutto a causa della approssimazione professionale degli addetti ai lavori che causano delle anomalie di funzionamento con guasti consequenziali e difficilmente riparabili, specie a quelle profondità. Uno degli inconvenienti di funzionamento più frequenti, che danno effetti devastanti, è quello provocatato da una impropria manovra di chiusura del condotto al passaggio del flusso di petrolio. In tal caso avviene il cosìddetto “colpo di ariete” che, in considerazione della lunghezza, delle dimensioni, della profondità e dell’enorme pressione dello idrocarburo che fuoriesce dal giacimento, provoca delle onde d’urto positive e negative che raggiungono la velocità del suono, capaci di squassare le stesse condutture, con la conseguenza di un disastro ecologico poi difficilmente rimediabile. Spesso, in questi casi, gli effetti a bordo delle stesse piattaforme sono dirompenti, possono, infatti, incendiarsi fino ad esplodere e talvolta inabissarsi come nel caso della piattaforma della GP nel Golfo del Messico. Non si tratta però di un fenomeno strano, in quanto spesso si può rilevare la stessa anomalìa aprendo e chiudendo un rubinetto difettoso nelle nostre abitazioni. Ciò avviene allorquando si avverte una scarica di rapide percussioni con suoni caratteristici simili ad un sinistro stridore. Quando, però, si tratta di condotte di grande portata, come quelle industriali o quelle di una centrale idroelettrica, la chiusura avviene automaticamente, anche se con esasperante lentezza per non provocare il “colpo di ariete” che, in quei casi, provocherebbe una serie di onde d’ urto devastanti. Il “colpo di ariete” viene spesso sottovalutato ma la pressione delle onde che sprigiona in certe condizioni, e che supera di diverse volte quella operativa, è capace di far letteralmente esplodere le condotte. Se a tutto questo aggiungiamo la intrinseca pericolosità del prelievo di petrolio dalle profondità marine ai contenitori a bordo delle piattaforme di stoccaggio, allora ci si può rendere conto di quanto poco basterebbe per provocare un disastro sproporzionato in dimensioni e per conseguenze. Per rendere più chiaro a chi non conoscesse bene in che cosa consiste il “colpo di ariete”, riepiloghiamo i quattro passaggi che formano la prima onda d’urto alla quale seguiranno le tutte le altre fino ad esaurirsi...... o a sfondare il condotto. Il colpo di ariete La circostanza si verifica quando un fluido in movimento, a causa della rapida chiusura di una tubazione, colpisce con tutta l’ inerzia che possiede la parte della tubazione bloccata. Ciò è di immediata comprensione se solo ci si immagina quale forza sia capace di scaricare un treno o una nave, anche in lento movimento, che urta un ostacolo. Giunti di espansione deformati da un colpo d’ariete. Ogni onda del colpo di ariete si forma in quattro fasi Prima fase. Se una condotta che collega un giacimento petrolifero ad una piattaforma viene chiusa istantaneamente, allora solo una piccola parte della colonna di petrolio si ferma di colpo nei pressi del blocco, l’ altra scarica in pochi istanti la propria forza di inerzia sulla condotta, generando un’onda di sovrapressione . Questa ritorna indietro alla velocità del suono, di circa 1.200 chilometri l’ora, contrastando la velocità di salita del flusso del petrolio che, pertanto, si annulla. Seconda fase L’onda di sovrapressione, arrivata al giacimento, provoca una nuova perturbazione che genera a sua volta una seconda onda in movimento verso il punto di blocco. L’onda d’urto trascina ora il petrolio verso l’alto alla medesima velocità che aveva prima della chiusura. La sovrapressione, di conseguenza, si riabbassa al valore normale mentre la colonna di fluido, premendo di nuovo sulla valvola chiusa, esaurisce il suo moto. Terza fase La perturbazione, tuttavia, non si esaurisce qui perché non tutta la colonna, come abbiamo visto, si arresta all’istante a causa della sua inerzia. Ciò genera una nuova onda d’urto simile alla prima, che rimbalza verso il giacimento annullando ancora una volta la velocità della colonna di fluido. Questa circostanza genera una depressione che, a sua volta, dà luogo al pericoloso fenomeno della “gavitazione”, ossia ad una miriade di bollicine di vuoto all’interno del petrolio. Quarta fase Nasce nel deposito, a causa dell’ultima perturbazione, una quarta onda che si sposta verso la valvola, facendo riacquistare la iniziale velocità di scorrimento alla colonna di petrolio; colonna che preme nuovamente sulla condotta, scaricando su di questa l’energia cinetica, ossia la forza di inerzia che contiene. A questo punto, l’onda iniziale conclude il suo primo ciclo generando il secondo e così via di seguito fino all’ esaurimento dell’ energia residua, sempre che, e questo è il problema, la tubazione non si schianti prima. Ciò spiega, ad esempio, come sia possibile che, su di una tranquilla piattaforma petrolifera, senza un apparente motivo, tutto possa saltare improvvisamente in aria e spiega anche che cosa molto probabilmente è avvenuto quando il solito portavoce ufficiale della compagnia petrolifera di turno, annuncia al mondo che, al momento, restano ignote le cause del disastro e, ovviamente, …..le responsabilità. Se i dispositivi di chiusura per questo genere di attività fossero realizzati con gli accorgimenti anti colpo di ariete, ci si chiede, quanto verrebbero a costare alle compagnie petrolifere? Ma, ci rispondiamo subito: quanto costa alla sicurezza ecologica del pianeta risparmiare sulla qualità di questo specifico materiale? Secondo noi questo è un problema che dovrà, prima o poi, essere affrontato soprattutto in diritto internazionale; ma, quanto prima o quanto poi, ognuno potrà immaginarlo.
Gabriele Ratini |
|
Disastro ecologico in Ungheria fuga di fango tossico: morti e disastro ambientale |
|
05 ottobre 2010 - newnotizie .it Un fiume di fango rosso, formato da scarti chimici ed altamento corrosivo, è fuoriuscito da uno stabilimento della società Mal S-A. ad Ajka, un villaggio a circa 160 km dalla capitale. Un disastro ecologico che ha già provocato 4 vittime, due delle quali sono bambini. Il fango rosso, pieno di rifiuti chimici, sta inondando come una lava rossa i centri abitati. In tre province, corrispondenti ad un territorio di circa 40 kilometri quadrati, è stato dichiarato lo stato d’emergenza. Zoltan Illes, sottosegretario all’ambiente, in visita nelle zone colpite dalla tragedia, ha detto di non avere mai visto “una catastrofe ecologica” del genere. Mentre si teme che i rifiuti possano contaminare anche il Danubio, si fanno i conti delle vittime. Circa 120 sono i feriti di cui otto sono gravi. Sei sono le persone disperse, mentre circa 100 famiglie sono state evacuate. La sciagura sarebbe avvenuta a seguito della rottura di un argine di un contenitore che si trovava all’esterno dello stabilimento. Secondo la Mal S-A a rompere gli argini del serbatoio sarebbero stati le forti pioggie, ma il sottosegretario ha ventilato l’ipotesi che si sia trattato di un errore umano. Ovvero che sia stata la società ad avere stivato nel serbatoio più fango di quello permesso. 05 ottobre 2010 - ANSA Una fuga di materiale tossico da un impianto per la lavorazione dell’alluminio ad Ajka, nell’ovest dell’Ungheria, ha provocato un disastro ambientale con almeno quattro morti e oltre un centinaio di feriti, di cui una ventina gravi. Su un’area di 40 chilometri quadrati è stato dichiarato lo stato d’emergenza. La sciagura è avvenuta a seguito della rottura di un argine di un contenitore all’aperto di uno stabilimento di lavorazione dell’alluminio. Masse di fango rosso - allumina (ossido di alluminio) - sono fuoriuscite la notte scorsa inondando due comuni vicino ad Ajka, nell’Ungheria occidentale. Il sottosegretario all’ambiente Zoltan Illes ha proclamato lo stato di emergenza per due comuni e una superficie di circa 40 kmq. La popolazione interessata dalle misure di emergenza è stata evacuata. Illes ha annunciato anche che sull’incidente è stata avviata un’indagine per accertare le responsabilità. Sul posto sono giunti intanto, oltre a Illes, il ministro dell’interno, Sandor Pinter, e il capo della protezione civile, Gyoergy Bakondi. L’ultimo bilancio provvisorio parla di quattro morti, fra cui una bambina di un anno, rinvenuta morta nella sua casa inondata dal fango rosso. Si teme che il bilancio si aggravi. Nel frattempo è salito a circa 120 anche il numero dei feriti, di cui una ventina gravi, ricoverati in ospedale. Sette persone risultano ancora disperse. Secondo un comunicato della direzione dello stabilimento, la Mal S.A, l’argine del deposito all’aperto si sarebbe rotto a causa delle piogge che avrebbero fatto franare la base. Lavori di riparazione sono in corso ma, secondo esperti, saranno necessari diversi giorni. La protezione civile ha lavorato tutta la notte ed è tuttora all’opera per cercare di neutralizzare con del gesso il fango alcalino, altamente corrosivo contenente anche metalli pesanti. Il fango rosso è un derivato della lavorazione di allumina, pre-prodotto dell’alluminio, di cui Ungheria è un grosso produttore. 06 ottobre 2010 - Il Messaggero Potrebbe essere stata causata da un errore umano, ha detto il premier ungherese Orban, la fuoriuscita di oltre un milione di meri cubi di fanghi rossi tossici da un impianto di lavorazione dell’alluminio nell’ovest dell’Ungheria. La massa di materiale si è riversata nell’ambiente, colpendo in particolare tre villaggi e causando un disastro ecologico senza precedenti nel Paese, con almeno quattro morti, due dei quali bambini, e 120 feriti. Il Governo ha proclamato lo stato d’emergenza in tre province e si teme che l’inquinamento possa raggiungere il Danubio. Sono riprese stamani le operazioni di soccorso. I danni sono stimati sui dieci miliardi di fiorini, 38 milioni di euro, la bonifica dell’area durerà mesi, se non anni. I depositi della società contengono circa 30 milioni di metri cubi di fango rosso, un derivato della lavorazione dell’allumina, da cui si ricava alluminio, di cui l’Ungheria è un grosso produttore. Il bilancio delle vittime della marea di fango rosso che ha invaso l’ovest dell’Ungheria è fermo a quattro, secondo quanto confermato oggi dal portavoce della protezione civile, Gyoergy Bakos. Il numero dei dispersi è sceso a tre (rispetto ai sette ipotizzati inizialmente poi scesi a sei ieri). Sono in corso ricerche ma si teme non saranno ritrovati vivi, ha aggiunto il portavoce senza precisare la loro identità. Altre 61 persone sono ricoverate negli ospedali. Il numero dei feriti è ufficialmente fermo a 123. Le Autorità hanno intanto vietato l’uso degli acquedotti e i pozzi dell’area perchè si teme un inquinamento delle acque nel territorio. La popolazione sarà rifornita di acqua imbottigliata: 2.020 bottiglie da 1,5 litri sono già in viaggio verso Kolontar e seguiranno altre forniture, ha precisato il portavoce. Saranno necessari decine di milioni di euro ed almeno un anno di tempo per bonificare la zona sommersa in Ungheria dai fanghi tossici di un’azienda che produce alluminio. È questa la stima del governo ungherese che ha dichiarato lo stato di emergenza nelle tre contee occidentali interessate dalla fuoriuscita che ha provocato quattro vittime, mentre sei persone sono ancora dichiarate disperse. Altre 120 sono rimaste ferite nei sette centri abitati che sono stati inondati dalla marea rossa di liquami e fanghi derivati dalla lavorazione dell’alluminio che era stati raccolti in un contenitore per scarti i cui argini lunedì, forse per il maltempo o forse per un eccessivo carico, hanno ceduto. Oltre alle vittime e ai gravi danni immediati, si teme per le conseguenze a lungo termine dei fanghi considerati tossici. Con 600-700mila metri cubici fanghi fuoriusciti in un’area di 40 chilometri quadrati, il ministro dell’Ambiente Zoltan Illes, che parla dell’incidente chimico più grave del Paese, ha detto che saranno necessari almeno un anno e probabilmente l’assistenza tecnica e finanziaria dell’Unione Europea per bonificare l’area. Le autorità romene sono in allerta a seguito della fuoriuscita del fango tossico. Il ministro dell’ambiente romeno Laszlo Borbely è in contatto con le Autorità ungheresi, le quali hanno confermato che, al momento, non ci sono rischi di inquinamento sul tratto del Danubio che bagna la Romania. Il Ministero dell’ambiente di Bucarest sta permanentemente monitorando la qualità delle acque, precisa un comunicato. Le Autorità non possono però precisare al momento quando potrebbero verificarsi riversamenti di fango tossico nel tratto romeno del Danubio. Secondo la portavoce dell’Ente nazionale delle Acque Romene, Ana Mariu Agiu, per ora non ci sono state contaminazioni negli affluenti principali del Danubio. Giovedì 14 ottobre 2010 www.unionesarda.it Emergenza finita Non c’è più rischio di esondazione per i comuni vicini e lo stato di emergenza è stato revocato. Tuttavia le crepe sull’argine del deposito di fango tossico dell’impianto della Mal S.A. ad Ajka sono aumentate di qualche centimetro. Lo ha annunciato oggi il sottosegretario all’ambiente ungherese Zoltan Illes, dopo aver ispezionato la zona del disastro ecologico, il peggiore mai avvenuto in Ungheria. Grazie al nuovo argine costruito vicino al comune di Kolontar nei giorni scorsi, è stato possibile contenere i rischi. Anche in caso di nuovo cedimento del deposito, i due Comuni più colpiti dall’esondazione di fango corrosivo, Kolontar e Devecser, non sono più in pericolo. Le case rimaste fuori del nuovo argine saranno tutte demolite. (???? ...e le persone che fine faranno???? - ndr) |
|
|
C’ERA UNA VOLTA L’ACQUA Cosa era e cosa è |
|
...dalla Bibbia: Genesi

1:1In principio Dio creò il cielo e la terra. 2Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.3Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu. 4Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre 5e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.6Dio disse: “Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque”. 7Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. 8Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.9Dio disse: “Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto”. E così avvenne. 10Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona. 11E Dio disse: “La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie”. E così avvenne: 12la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. 13E fu sera e fu mattina: terzo giorno ... da allora in poi l’acqua è sempre stata costituita da un atomo di ossigeno e da due atomi di idrogeno. Nell’acqua terrestre ci sono pochissime quantità di sali, di gas disciolti , microrganismi e alcune sostanze organiche. Le acque sono macroscopicamente divise in dolci e salate, potabili e non potabili. Tutti gli esseri viventi necessitano di acqua, siano essi animali o vegetali; i microrganismi contenuti nell’acqua, invisibili ad occhio nudo, svolgono un ruolo di mineralizzazione delle sostanze ed esiste un ciclo di riutilizzo di tutti gli elementi presenti nell’acqua. Solitamente l’acqua è benefica oltre ad essere il componente più abbondante sia sulla terra che nel corpo umano: nel feto raggiunge il 94%, nel neonato il 77%, diminuisce nell’adulto fino ad arrivare al 50% nelle persone anziane. L’acqua si trova sia all’interno di tutte le cellule che all’esterno nel plasma, nei liquidi intercellulari e partecipa a tutte le reazioni organiche. La carenza di acqua determina malattie anche gravi e l’assenza di acqua comporta la morte per disidratazione in breve tempo. I 2/3 della superficie terrestre sono acqua ma essendo salata non è utilizzabile dall’organismo umano; l’acqua dolce è poca e viene utilizzata anche per usi domestici, nell’agricoltura e dall’industria. Le risorse idriche (*) sono essenziali per la vita. L’ambiente idrico ha da sempre una capacità di reazione agli inquinanti, che viene chiamata auto depurazione e riporta l’acqua allo stato originario. Le risorse idriche, essenziali per la vita e la salute,sono diventate indispensabili in molte attività produttive sia agricole che industriali collegate, purtroppo, sempre di più ai fattori economici. Gli inquinanti di tutti i tipi – metalli pesanti, solventi, erbicidi, pesticidi, diserbanti, radioattivi, detergenti ecc.- sono sversati in abbondanza nell’ambiente (acqua, aria, suolo) ed hanno anche inibito i meccanismi auto depurativi naturali. Si è così maggiormente aggravato lo squilibrio dell’ambiente sia direttamente che indirettamente. Secondo i rilievi dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità),effettuati già da tempo, la maggior parte dei campioni di acqua analizzati non ha le caratteristiche necessarie per sviluppare e mantenere la vita negli ecosistemi e deve essere depurata. Questa pluri-contaminazione ha indotto (1976) a fare delle leggi a protezione dell’ambiente obbligando a depurare le acque contaminate (dietro il pagamento di molti soldi) prima di farle reimmettere nell’ambiente. Moltissimi i soldi ma nessun risultato in merito ad un ritorno in positivo simile alle origini. Si fanno moltissime leggi, si istituiscono comitati, agenzie nazionali ed europee, osservatori, si fanno statistiche, si studiano malattie e malati, non si è informati più di tanto, si continua ad inquinare, si fanno decreti e deroghe.

Gli stessi depuratori che sembravano essere una soluzione positiva,in realtà funzionano poco, sono sottoutilizzati e, dove sono abbastanza efficienti, producono una enorme quantità di fanghi in merito ai quali non si sa…la fine. Un’ampia normativa di carattere tecnico-scientifico, sia comunitaria che italiana, definisce i criteri per il razionale uso dell’acqua. Tante le norme ma l’inquinamento silente tale rimane e/o aumenta: l’acqua potabile è diventata “potabilizzata” per cui si mangia e si beve di tutto. Le acque sotterranee sono più inquinate di quelle superficiali e dove deve esserci assenza di inquinanti sono arrivati i “decreti di autorizzazione” per “normalizzare e sanificare”. Le chiare, fresche, dolci acque..(dalle origini a qualche tempo fa) decantate dal poeta Petrarca non ci sono più. Alle pagine 210,211 del testo (*) sotto citato è scritto: tuttavia è possibile che, almeno in alcune aree, una parte della popolazione italiana, quantificabile in alcuni milioni di persone, abbia per anni consumato acqua con livelli di organo alogenati (composti non solo cancerogeni) di alcune decine e, forse, di qualche centinaia di microgrammi /litro. Più avanti si legge:sono state effettuate anche stime più pessimistiche da parte di enti preposti al turismo in Europa, secondo i quali circa il 40% dei turisti che frequentano le stazioni balneari del mediterraneo contrarrebbero malattie. Non solo per le acque di balneazione ma anche “grazie “ a cibi ed acqua potabile contaminati.(pagine 224,225). Queste stime, oltre ai paesi europei, coinvolgono quelli del Nord d’Africa e dell’Asia Minore. Si può dire che “mal comune non è mezzo gaudio”. Oltre a guardare, legiferare, sorvegliare, fare stime, statistiche, controlli, previsioni, accordi, piani di risanamento, catasti-acque che non sono stati fatti (anche se pagati), informare poco e male, derogare, discutere se l’acqua potabile-potabilizzata debba essere a gestione pubblica o privata, pagare tutto e di tutto come i “canoni di depurazione” si deve avere l’acqua, quella con un atomo di ossigeno e due atomi di idrogeno, come è sempre stato dalla Genesi a poco tempo fa. Nel frattempo…buon appetito.
Penelope Di & Gabriele Ratini
|
|
Bellezza e brillantezza cromatiche in Federico Barocci |
|
Passando per l’Augusta città di Perugia è inevitabile la visita al bel Duomo dove si trova “La Deposizione di Gesù dalla Croce” di Federico Barocci (Urbino 1535-1612) un capolavoro d’arte moderna manieristica dove tutte le figure appaiono in azione e movimento. Sono gli “andari e le pieghe dei vestimenti” a lasciare intravvedere le emozioni più profonde grazie al chiaroscuro della gamma cromatica presente nell’opera.
Non è un’opera semplice quella di Barocci,ma di grande complessità stilistica e scenografica. E’ di forte impatto la figura esanime del Cristo che ormai privo di spirito che lo regga - dirà il Bellori - viene calato dalla Croce e ad esso si contrappone l’amorevole gesto di San Giovanni che trattiene la gravezza di quel magnifico corpo senza vita, mentre le tre Marie si lanciano a soccorrere la Vergine che tramortita si abbandona tra le braccia di una compagna dall’atteggiamento esterrefatto. Da non trascurare San Bernardino da Siena che pare che occorra anche egli a sostentare le membra divine. Colpisce la concitata gestualità delle figure che spezzano gli stili pre- raffaelliti della tradizione rinascimentale e anticipano di un secolo forme e colori che trovano nell’avanzato manierismo pre-settecentesco piena espressione. Una costruzione scenografica delle figure dove bellezza, brillantezza cromatica mettono il Barocci in una posizione di forte avanzamento culturale rispetto ai suoi contemporanei compreso lo stesso Caravaggio. Infatti Rubens e gli artisti del Barocco guardano a lui come un riformatore- per dirla con Bellori - sia per i chiaroscuri che per l’uso della gamma cromatica dei colori che poi apriranno la strada agli Impressionisti.
La Deposizione fu commissionata dal Nobile Collegio della mercanzia nel 1567 e consegnata alla vigilia di Natale del 1569. L’arrivo a Perugia di questa tela servì a dare una svolta all’attardato conservatorismo dell’ambiente locale ripiegato su posizioni stancamente ripetitive. Una vera e propria lezione rivolta a superare la ristrettezza degli orizzonti cittadini e un invito a guardare fuori delle mura, a dialogare con l’esterno al fine di intraprendere nuovi percorsi. Una pagina di storia artistica umbra che capovolse l’estetica classicista da indurre Baldassarre Orsini ad includerla nella “Guida al Forestiere” per L’Augusta città di Perugia fino ad includerla nel bottino destinato al Museo Napoleonico.
Grazia Maria Apollonio
|
|