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Quest'anno seppelliremo Gongadze. Intervista alla moglie, Myroslava Gongadzde. |
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Georgy Gongazde era un giornalista fortemente critico contro la presidenza Kuchma; aveva creato un giornale online, www.pravda.com.ua attraverso il quale denunciava la corruzione del potere. Il 16 settembre del 2000 fu sequestrato nel centro di Kiev. Qualche settimana più tardi il suo cadavere fu ritrovato decapitato in un bosco. Non ha ancora ricevuto sepoltura. Nel 1999 spuntarono registrazioni di colloqui telefonici che inchiodavano, alla vigilia delle elezioni, Kuchma come mandante dell’omicidio. Il Presidente smentì anche se una registrazione audio ha lasciato un'ombra su di lui. Vennero indagate quattro persone e il processo si e' tenuto a Kiev nel febbraio 2006.
Myroslava Gongazde è la moglie di Georgy, dal 2001 vive negli Stati Uniti, è giornalista per la testata Voice of Ukraina, ricercatrice alla George Washington University,Washington Dc, ed alla National Endowment for Democracy. Nel 2001 ha creato la Gongazde Foundation che supporta le indagini sull’omicidio del marito e tutela i giornalisti e gli attivisti politici in Ucraina.
Intervistata in occasione delle elezioni presidenziali, si è dichiarata scettica sul prossimo futuro del suo Paese.
Cosa pensa dei candidati alle prossime elezioni e della situazione politica di Ucraina?
Yulia Tymoschenko e Victor Yanukovich hanno una politica interna ed estera simile: entrambi rappresentano un vecchio modo di governare, anche se l’attuale primo ministro dichiara di voler portare l’Ucraina in Europa. Sono pochi i candidati che avrebbero le qualità per guidare il Paese e purtroppo non sono abbastanza supportati dall’elettorato. Gli ucraini hanno perso la fiducia nei politici, hanno imparato che non sarà certo la classe dirigente a cambiare le loro vite.
La rivoluzione arancione ha veramente cambiato l’Ucraina o è stata un fallimento?
Le promesse di giustizia, vero mantra della rivoluzione arancione, sono state disattese. Negli ultimi cinque anni gli ucraini avrebbero voluto vedere i politici puniti per la corruzione, così non è stato. Le elezioni del 2004 hanno comunque cambiato il Paese: la gente ha finalmente avuto la possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero. Le speranze sono state parzialmente disattese, ma la rivoluzione arancione è stata l’inizio di un lungo cammino verso la democrazia.
E’ delusa dal governo di Yuschenko? Durante la rivoluzione promise di impegnarsi sul caso di suo marito che, tuttavia, non si è ancora chiuso. Il Presidente Yuschenko si impegnò per far luce sull’omicidio Gongazde, fece il possibile ma, come spesso accade nelle democrazie in via di sviluppo, gli sforzi non furono sufficienti. Il caso è stato parzialmente risolto: gli assassini sono stati arrestati, solo uno attende ancora la condanna, ma i veri mandanti dell’omicidio non sono stati processati. Mi consolo pensando che, se non hanno ricevuto una punizione in questa vita, la riceveranno sicuramente nella prossima. Forse non c’è ancora chiarezza sulla morte di Georgy, ma penso che il suo caso abbia in qualche modo aiutato il Paese. Il processo è stato un banco di prova per il nostro sistema giudiziario.
Riuscirà a seppellire suo marito?
Stiamo aspettando i risultati dell’ultimo test del DNA. Spero che entro il 2010 Georgy possa vere una degna sepoltura e riposare in pace.
Torna mai a Kiev?
Sì, torno spesso. Soprattutto per seguire di persona le indagini sulla morte di mio marito, a Kiev passo la maggior parte del mio tempo tra il tribunale e gli studi degli avvocati, seguo personalmente, e con grande dedizione, le indagini. Il mio lavoro di giornalista e corrispondente per la comunità ucraina per la testata Voice of America mi tiene quotidianamente aggiornata sulla situzione politica del mio Paese.
L’Ucraina sta migliorando o peggiorando a suo giudizio?
L’Ucraina è un Paese meraviglioso, ricco di risorse naturali e umane, ma che ancora non ha trovato un leader in grado di governarla al meglio. Sono un po’ pessimista per l’immediato futuro, credo che il nuovo Presidente, chiunque esso sia, farà qualche passo indietro, soprattutto in materia di libertà di stampa e lotta alla corruzione. Ad ogni modo credo che l’Ucraina abbia davanti a sé un radioso futuro, tra una decina di anni sarà un grande Paese.
In Ucraina c’è libertà di stampa?
Sono convinta che in Ucraina ci sia libertà di stampa e di espressione, ma credo che i giornalisti non sempre gestiscano al meglio queste possibilità e comprendano appieno la loro responsabilità, ci vorrà del tempo anche per questo. L’evoluzione dell’informazione fa parte del lungo cammino verso la democrazia.
Micol Sarfatti
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Giappone sisma di 8,9 gradi e tsunami con onde di 10 metri |
SETTIMO TERREMOTO NELLA STORIADEL PIANETA. ALMENO 26 I MORTI Due scosse e 12 di assestamento. Incerto bilancio: tantissimi dispersi. Onda anomala si abbatte a Sendai. Allarme esteso a tutto il Pacifico. Spente centrali nucleari, chiusi aeroporti
Un terremoto di intensità devastante, il settimo nella storia del pianeta - due scosse e altre dodici di assestamento - ha investito Tokyo (alle 14.45 locali, in Italia erano le prime ore dell'alba), dove i grattacieli hanno oscillato sotto le scosse sismiche e la popolazione si è data alla fuga in cerca di riparo: le autorità hanno itmmediatamente lanciao l’allarme tsunami, avvertendo che il movimento tellurico avrebbe potuto generare un’onda anomala alta ben 6 metri. L'allarme tsunami è stato esteso a tutto il Pacifico, all'Australia, Messico, Nuova Zelanda e America Latina. Le onde telluriche sono state avvertire distintamente fino a Pechino. Analoghi allermi sono stati diramati nella Siberia russa e alle isole Marianne. L'evento sismico ha raggiunto magnitudo 8,8 della scala Richter, investendo in particolare Tokyo dove nel nel porto sono scoppiati focolai d’incendio. I morti sarebbero almeno ventisette, mentre i feriti sono una ventina e per quel che riguarda i dispersi ancora non ci sono cifre certe. Almeno 19 persone risultano disperse nella prefettura di Fukushima.
SCOSSE E TSUNAMI - Puntuale, l'onda anomala si è abbattuta sulle coste giapponesi. Un impressionante filmato andato in onda sull'emittente pubblica Nhk ha mostrato molteplici auto sommerse dall’onda del mare Kamaishi, nella prefettura Iwate, mentre l’onda di 4,20 metri dello tsunami si abbatteva sulla costa. La prima scossa, di magnitudo 7.9, poi corretta ad 8.8 quindi a 8.9, con epicentro a una profondità di 24,4 chilometri e a 81 miglia da Sendai, si è verificata nello Honshu. Una seconda forte scossa di 7.8 si è registrata alle 15.15 locali (le 7,15 in Italia) al largo delle acque della prefettura di Ibaraki, alla profondità di 80 chilometri. TASK FORCE - Il primo ministro del Giappone, Naoto Kan, ha creato una task force per affrontare le conseguenze del sisma. Kan ha comunicato in una conferenza stampa che le centrali nucleari "si sono fermate automaticamente" e che "non ci sono notizie di fughe di radiazioni". Il capo del governo ha espresso le più "profonde condoglianze a chi sta soffrendo le conseguenze" di questo "fortissimo terremoto" e ha chiesto alla popolazione di continuare a seguire le indicazioni trasmesse televisivamente con tranquillità. Il ministro degli Esteri giapponese, Takeaki Matsumoto, ha dato disposizioni alla struttura diplomatica di accettare gli aiuti internazionali. Le Nazioni Unite sono in allerta e pronte a fornire il loro aiuto in Giappone. Lo ha annunciato Elisabeth Byrs, portavoce dell’Ufficio Onu per il coordinamento delle questioni umanitarie. "I nostri esperti sono in stretto contatto con le autorità giapponesi e finora tutte le risorse nazionali del Giappone sono pienamente impegnate nella risposta all’emergenza". IL TESTIMONE - Un testiomone italiano, Mauro Politi, è stato raggiunto telefonicamente. Ricercatore italiano presso l'International Christian University di Mitaka di Tokyo, ha riferito che la terra tremava tanto da sembrare mare aperto: "Era come stare su una nave nell'oceano". Gli abitanti di Tokyo sono abituati a scosse di bassa e media intensità "ma questa volta la sensazione è stata diversa dal solito. - ha spiegato il ricercatore - Vivendo qui per un lungo periodo si fa l'abitudine a scosse frequenti e importanti; ma se normalmente tutto attorno vibra, oggi sembrava di galleggiare. Credo che la scossa principale sia durata ben più di un minuto, attorno alle 14.45 ora locale." BILANCIO - Incerto fino a questo momento il bilancio. Fino a questo momento, a est di Tokyo, c'è un morto accertato. Il numero di feriti è ancora imprecisato e comunque elevatissimo, sia nella capitale sia soprattuto nella prefettura settentrionale di Miyagi. Nel porto del capoluogo di quest’ultima, Sendai, testimoni oculari hanno riferito di aver visto abbattersi uno tsunami alto ben una decina di metri: esattamente come avevano preavvertito le autorità, ma in un tempo ancora più rapido rispetto alle pur pessimistiche previsioni. L’allerta si è velocemente propagato da un capo all’altro dell’Oceano Pacifico. Secondo il Centro di Controllo Geologico degli Stati Uniti, il sisma ha raggiunto un’intensità pari addirittura a 8,9 gradi sulla scala aperta Richter. Le onde telluriche sono state avvertire distintamente fino a Pechino. A Tokyo molte persone hanno riportato lesioni in seguito al crollo del tetto di una scuola, dove era in corso una cerimonia di consegna dei diplomi alla quale stavano partecipando circa seicento studenti. Bloccati i treni-proiettile, chiuse centrali nucleari e raffinerie: in quella di Iichihara, vicino alla capitale nipponica, si è sviluppato un incendio, così come era già avvenuto in porto, dove si erano innescati almeno sei focolai. ECONOMIA - Dopo la scossa lo yen ha cominciato la sua discesa rispetto al dollaro sui mercati internazionali, arrivando a quotare 83,20 da 82,74 prima del sisma. Lo yen è retrocesso anche rispetto all'euro, a 115,01 da 114,35. La borsa di Tokyo ha chiuso con pesanti ribassi: l'indice Nikkei ha lasciato l'1,72% a 10.254,43 punti.
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Pogróżki Ahmadineżada z Libanu w strone Izraela dotyczą również nas. |
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Ma rację ambasador izraelski we Włoszech Gideon Meir mówiąc bez ogródek w wywiadzie dla Sky 24, że to głównie Europa powinna martwić się znaczeniem ostatniej wizyty państwowej irańskiego prezydenta Ahmadineżada w Libanie. Deklaracje złożone w Bejrucie w strefie południowej Libanu nie pozostawiają cienia wątpliwości, że nie ukrywanym celem integralistów teokratów w Teheranie jest dzisiaj precyzyjny plan islamizacji Libanu i iranizacji Bliskiego Wschodu. Ponieważ jeśli prawdą jest, że rakiety i technologia wojskowa jakimi dziś dysponuje libański Hezbollah mogą w każdej chwili uderzyć w Tel Aviv i zniszczyć Izrael (czym wiele razy groził Ahmadineżad), to równie prawdziwe jest, że mogłyby również uderzyć w inne kraje europejskie uznane za sojusznika osi zwanej przez Teheran osią amerykańsko-syjonistyczną.
O tym, że Włochy mogą być możliwym celem działań Teheran wspominał już wyraźnie zaraz po wystąpieniu wiosną Silvio Berlusconiego w Knesecie, a następnie przystąpieniu przez Ministra Frattiniego do sankcji międzynarodowych nałożonych zgodnie z podjętą 9 czerwca 2010 Rezolucją Rady Bezpieczeństwa ONZ 1929 w celu ostatecznego wyjaśnienia polityki nuklearnej Iranu. Fakt, że Włochy są partnerem handlowym i przemysłowym o dużym znaczeniu dla Iranu nie przeszkodził – oczywiście z poszanowaniem podpisanych i realizowanych umów - aby nasza międzynarodowa polityka handlowa wobec Teheranu nieco spowolniła swoje tempo. Nastąpiło znaczące zablokowanie nowych inwestycji w Iranie w sektorze gazowym i paliwowym oraz wstrzymanie gwarancji SACE (agencji kredytowej eksportu chroniącej kaucjami finansowymi transakcje międzynarodowe naszych firm) przyjęte przez włoskie MSZ i obowiązujące wszystkie podmioty inwestujące w kraju integralizmu post-chomeinistycznego.
I nie można mieć złudzeń, że w tym kontekście wystąpienie Ahmadineżada w Bejrucie musi być postrzegane jako źródło pewnego niepokoju również dla Włoch, kraju który w Libanie utrzymuje siły i środki wojskowe w ramach kontyngentu UNIFIL wzmocnionego Rezolucją z 11 sierpnia 2006 Rady Bezpieczeństwa ONZ 1701 i do niedawna jeszcze pod włoskim przewodnictwem. Parę dni przed podróżą Ahmadineżada do Bejrutu libański prezydent Michel Suleiman ostro zaatakował siły pokojowe UNIFIL oskarżając je o niewystarczające jego zdaniem działania wobec izraelskich ataków i nieradzenie sobie z tym co określił mianem arogancji izraelskiej w stosunku do libańskiego wojska.
Pytanie jakie zadają sobie obserwatorzy brzmi: po ataku Suleimana na UNIFIL i po tym jak Ahmadineżad określił część południową Libanu wysuniętą granicą Iranu ze znienawidzonym Izraelem, ilu jest jeszcze uparcie udających, że nie widzą iż to Hezbollah jest siłą polityczną i ideologiczną która już zapanowała nad instytucjami libańskimi, w pełnej harmonii z ekstremistami z Teheranu i Damaszku? Nasi żołnierze wypełniają swoje zadania w Libanie, podobnie jak żołnierze francuscy i inni wchodzący w skład kontyngentu wojskowego. Libański przywódca oskarża ich o nielegalną współpracę z Izraelczykami. A przecież to właśnie Rezolucja 1701 nakazywała rozbrojenie Hezbollahu, a nie wzmacnianie ich zdolności bojowych, zarówno w sensie wojskowym jak i propagandowym.
Udawanie, że nie dostrzega się zagrożenia płynącego z tych międzynarodowych wydarzeń, pomniejszanie ich znaczenia czy co gorsza przemilczanie to luksus na jaki ani Włochy ani Europa nie mogą sobie dziś pozwolić. Ten kto sprowadza wszystko co się wydarzyło w ostatnich dniach w Libanie do zwyczajnych propagandowych wystąpień Ahmadineżada zachowuje się podobnie do tego kto widząc rozprzestrzeniający się pożar, nie robi nic aby go ugasić. Nie dość tego, nie wzywa pomocy ani nie bije na alarm.
A rzeczywistość jest inna. Wszystko wskazuje na to, że mieliśmy do czynienia z przemyślaną prowokacją. Nawet jej miejsce nie zostało wybrano przypadkowo: Ahmadineżad grzmiał przeciw syjonistom właśnie z Bint Jbeil, miejsca uznawanego za stolicę bojówek szyickich Hezbollahu, z odległości niecałych 4 kilometrów od Izraela. O prowokacji mówił od razu Ygal Palmor, rzecznik izraelskiego ministerstwa spraw zagranicznych, przedstawiając argumenty godne głębszego zastanowienia i przemyślenia nie tylko w kontekście izraelsko-palestyńskim.
Destabilizujące efekty obecności Ahmadineżada w Libanie dotyczą nas wszystkich bardziej niż gotowi jesteśmy dziś przyznać. Mogłyby spowodować niespotykane i nieoczekiwane reakcje jak w przypadku wyczekującej ostatnio pozycji Turcji, kraju flirtującego z Iranem, jednocześnie stanowiącego w przeszłości fundament bezpieczeństwa NATO i aspirującego do członkostwa w Unii Europejskiej.
Leonardo A. Losito
Link Campus University of Malta
Roma
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The effectiveness of international sanctions to Iran |
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(From our correspondent Leonardo A. Losito we receive and publish some comments on the effectiveness of international sanctions to Iran shared with one of the major experts in Iranian affairs: Dr. Wahied Wahdat-Hagh is a Senior Fellow with the European Foundation for Democracy in Brussells, also contributor to the Foreign Policy Center in the United Kingdom) Iran was caught off guard about the strength of the most recent economic sanctions levied upon it by the United Nations Security Council Resolution 1929 on June 9, 2010. Unlike past sanctions, this round showed a determined international consensus that Iran is going too far on its nuclear policy and that it must be sent a signal to modify its nuclear policy. The European Union joined the USA in passing even stronger sanctions against the Iranian regime, while simoultaneously offering to talk in order to find a solution acceptable to all parties. Even Canada, Australia, Japan and South Korea confined their bilateral economic relationships with Iran. Investments in Iranian Oil and Gas industries by international companies under US-control are getting impossible. The export of dual use goods is only possible in the hidden informal economy. Even Turkey is under pressure. Besides all political declarations of improving the relationships with Iran, Turkey has to decide to which camp it belongs. Will Turkey be on the side of a totalitarian regime, or on the side of NATO and western countries? Currently the export of Turkey to Iran are as high as its export to USA. Despite the regime propaganda that Iran can withstand international sanctions, Ayatollah Khamaney and President Ahmadinejad know that Iran will be greatly hurt by lack of access to the EU market and decrease in foreign investment. Iranian economy suffers under inflation for joblessness and mounting shortages. Even the governmental subsidies are not enough to balance the needs of the consumers. Now Iran plans to expanse its marketing strategies by founding a new banking system in the Islamic World. Iran has already founded new banks in Irak and in Malaysia under different names without declaring from where the capital comes from. In fact, building and using mini banks as money xchanges an old Iranian strategy, even in Europe. Since Iran will never follow Lybia's example, which after decades of isolation and international sanctions, rejoined the international community, it may be time to think of multidimensional sanctions, from soft intelligent sanctions as forbidding Iranian politicians to travel to Western countries, to a definite stop to the gasoline exports to Iran. The Iranian society is tired of the Regime. Permanent workers' protests should be a sign of the discontentment of the Iranian civil society: even post-reform islamists are speeding themselves off the totalitarian regime.
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