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Dall’ Italia sulle presunte qualità dei neutrini |
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MILLE TEORIE NON VALGONO UN FATTO – GLI INCOLPEVOLI NEUTRINI E L’ INCURVATURA DELLO SPAZIO
La sorta di “peccato originale” compiuto nella misura della velocità dei neutrini che supererebbero quella della luce sembra essere ancora ignorato dagli addetti ai lavori anche durante questa seconda serie di test. Ma la ripetizione ad oltranza delle prove mantenendo i medesimi parametri di misura della volta precedente non può che riportare ai medesimi risultati. Tutto quindi come diversamente non potrebbe essere. Viene così, ancora riconfermato in questi giorni che i neutrini si spostano ad una velocità superluminale.
E’ credibile tutto ciò?
Prescindiamo dai fenomeni di fisica quantistica, indicati in un predente articolo di Forum International, come le trasformazioni di massa dei neutrini durante il percorso, ma la questione che più incide sulla presunta maggiore velocità dei neutrini rispetto a quella della luce è sostanzialmente imputabile a calcoli trigonometrici approssimati eseguiti attraverso i dati satellitari (Gps o Gnss) per stabilire la lunghezza del percorso sotterraneo Cern – Gran Sasso (Opera).
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I NEUTRINI TRA L’ INCONCLUDENZA E LO SCIPPO DELLA GENIALITÀ |
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di Alberto Zei
La” teoria standard” e cioè il fondamento della fisica moderna che poggia le basi sulla teoria della relatività di Einstein sarebbe messa in discussione dalla scoperta che i neutrini raggiungerebbero una velocità superiore a quella della luce; velocità che secondo lo stesso Einstein è il limite massimo invalicabile nell'universo. Ma questo limite è stato o no superato secondo le misure effettuate dal CERN di Ginevra? Qui sta il punto! Non c'è dubbio che le conclusioni vanno bene interpretate prima di essere sostenute.
L’ enigma 
L'enigma della situazione che però, enigma non è, fino adesso ha soltanto spostato il problema senza risolverlo. L’ interpretazione secondo cui i neutrini viaggerebbero attraverso lo spazio, o la materia, più velocemente della luce (limite come detto insuperabile) si avvale di alcune misure che appaiono piuttosto labili per mettere in discussione sic et simpliciter, la teoria della relatività. Il dubbio inizia però ad dissolversi prendendo in considerazione la nota proprietà dei tre tipi di neutrini di differenti masse esistenti in natura, e cioè: il neutrino elettronico (Ve), il neutrino muonico (Vu ) e il neutrino tauonico (Vt ) che è quella di oscillare, ossia di trasformarsi ritmicamente più volte da uno stato all’ altro durante il loro percorso. Per mantenere il principio della conservazione dell’ energia, ogni singola trasformazione in neutrino di massa diversa, non si verifica nel medesimo punto in cui inizia ma si completa nello spazio quantistico lungo la traiettoria, da cui il neutrino improvvisamente riappare assumendo la veste (in gergo tecnico: il “sapore”) di un altro suo probabile stato. Ad esempio, il neutrino muonico diviene neutrino elettronico di differente massa. Ecco perché chi si aspettava di ricevere i neutrini elettronici (Ve) generati dal Sole constatava che quelli che attraversavano dalla parte opposta la Terra (notte) subivano la “misteriosa” scomparsa di una loro consistente parte.
L’ “effetto tunnel”
Per dare maggiore rappresentazione di immagine al concetto, si può dire che ad ogni cambiamento di “sapore”, il neutrino, compie una sorta di salto quantico scomparendo dallo spazio-tempo reale. La meccanica della mutazione del “sapore” non è ancora nota, stanti le difficoltà sperimentali ancora da superare, ma tutto avviene come se il neutrino subisse la trasformazione di stato nello spazio virtuale per poi ripresentarsi con “effetto tunnel” (che non è quello della nota polemica sul tunnel) in quello reale. Infatti, quando ricompare in più avanzata posizione, riprende la sua corsa senza però mai raggiungere e tanto meno superare la velocità della luce, fino al cambiamento di “sapore” successivo e così via. I neutrini che dal CERN raggiungono i rivelatori del Gran Sasso si sono già più volte trasformati durante il percorso, e, in virtù dell’ effetto tunnel, ossia, di una strada più breve, arrivano in anticipo rispetto al previsto senza però, violare il limite massimo della velocità della luce. Ma quanto in anticipo? Questa è un’ altra cosa. Si tratta comunque di una distanza quantistica, ossia, di una distanza minima. Saranno le ulteriori prove a precisare la misura durante i prossimi esperimenti, se i parametri di confronto saranno corretti.
Le condizioni dei test
Adesso, a nulla varrà ripetere i medesimi test per comprendere se sia stato commesso un errore di valutazione sulla velocità dei neutrini. Infatti, gli scambi delle loro qualità durante il percorso (chiamati più correttamente “oscillazioni di sapore”) saranno sempre i medesimi se non verranno variate le condizioni di partenza o di arrivo. Rimanendo ancora su concetti di carattere quantistico, si può dire che se invece, queste condizioni saranno diverse, lo saranno anche i risultati sul tempo impiegato dai neutrini, non solo per effetto (della differenza dei quadrati) della loro massa iniziale: ad esempio, quella dei neutrini muonici che si trasformano in neutrini elettronici durante il percorso, ma anche se si conferisce agli stessi neutrini una differente energia; oppure, per opera di un particolare (angolo di) mescolamento tra “sapori” diversi ed altro ancora. Attualmente le dotte discussioni sulla plausibilità della cosiddetta violazione della massima velocità nel cosmo, ossia, quella della luce, pari a quasi 300 mila chilometri al secondo da parte di corpi particellari dotati di massa, (i neutrini ne hanno tre differenti), porta soltanto ad uno scontro dialettico.
Tesi contrapposte
I sostenitori della nuova scoperta affermano che, a prescindere da ogni altra considerazione, se i neutrini a parità del tempo di partenza, arrivano a destinazione prima della luce, ciò significa semplicemente che sono più veloci. I contrari affermano invece, che i neutrini (come ogni altra particella dotata di massa) non potranno mai raggiungere per loro natura la velocità della luce nel tempo in cui si spostano nello spazio reale, così come avviene per quasi il loro intero tragitto, ma non per tutto; infatti durante le “oscillazioni dei sapori” sopra accennate i neutrini guadagnano spazio per “effetto tunnel”. Il tempo speso dai neutrini per percorrere i 730 Km della corda, cioè, della distanza ortodromica che separa il CERN dai Laboratori del Gran Sasso, è risultato di 64 miliardesimi di secondo inferiore ai 2,4 millesimi di secondo che gli stessi neutrini avrebbero impiegato alla velocità della luce. Ciò equivale a quasi 20 metri su 730 chilometri. Questi 20 m però, non sono dovuti, se non è in piccola parte, al minor percorso ottenuto per “effetto tunnel” nello spazio quantistico. Vi è, infatti, un altro importante motivo.
La curvatura dello spazio
Come è matematicamente quantificabile dalla “Relatività generale” di Einstein, la curvatura dello spazio esterno alla Terra aumenta avvicinandosi al suolo mentre al contrario, diminuisce man mano che dalla superficie si procede verso il centro del pianeta. Poiché non esiste modo di misurare direttamente la distanza tra il Cern e il Gran Sasso, tutto è affidato al calcolo del tempo speso dai segnali satellitari (GSNN) per raggiungere i punti stabiliti dei due Centri. I tempi impiegati da questi segnali risentono però, della pur leggera curvatura dello spazio che si traduce in una distanza maggiore di quella reale.
Altro ancora
Anche la stessa ubicazione di inizio e fine percorso della linea ortodromica sotterranea (il contestato tunnel) lungo la quale vengono lanciati i neutrini, si presta alla medesima qualità di misura s atellitare soggetta alle medesime distorsioni spazio-temporali. In questo caso esiste una indeterminazione di risultato Analoghe conseguenze per effetto della distorsione gravitazionale dello spazio si riscontrano per l’ uso del sistema di sincronism o degli orologi del Gran Sasso e del CERN dedicati alla misura della velocità dei neutrini. L‘impiego di uno o più satelliti (GNSS) che non sono certo piazzati sulla verticale dei due Centri, impone ai due segnali di sincronismo percorsi asimmetrici e perciò, differenti con distorsioni spaziali che non si compensano reciprocamente.
La prova del limite
Ma che cosa avviene alla velocità dei neutrini quando si spostano nel libero spazio? Vediamo con un esempio nella realtà, quanto tempo impiegano ad attraversare una distanza cosmica significativa, ma non trascendente; una distanza dell’ ordine di centinai di migliaia di anni luce. Prendiamo il noto caso della esplosione della supernova apparsa nelle profondità del cielo nel 1987. Si è trattato di un astro morente situato nella nube di Magellano a circa 160 mila anni luce che dopo aver esaurito il proprio materiale combustibile è collassato innescando una colossale esplosione cosmica. I neutrini, in questi eventi, vengono liberati in enormi quantità dalla materia al momento del collasso del nucleo della stella Si tratta però, di un'unica e intensissima emissione attraverso un flusso che di solito dura soltanto una o due decine di secondi e che precede di alcune ore l'abbagliante fulgore visibile allorquando l’ energia generata dalla immane esplosione spazza via la superficie della stella. In occasione di questo eccezionale evento alcuni neutrini della supernova giunti sulla Terra sono stati rivelati da osservatori ubicati anche in parti differenti del mondo, come Kamiocande in Asia, Monte Bianco in Europa, Pinne in America.
Ora a fronte delle affermazioni sulla velocità superiore a quella della luce che i neutrini lanciati dal CERN possederebbero al momento della loro rivelazione presso i laboratori del Gran Sasso, facciamo una comparazione con i neutrini della supernova. Mantenendo la stessa proporzione, questi ultimi sarebbero arrivati sulla Terra con quasi quattro anni di anticipo rispetto al momento in cui nel cielo è apparsa l'esplosione. Più precisamente i neutrini avrebbero anticipato la comparsa dell'evento di tre anni e dieci mesi. Tutto questo evidentemente, non è avvenuto in quanto sono stati rivelati con la medesima differenza temporale di partenza rispetto al lampo visibile. Ma allora quale velocità avrebbero i neutrini nel libero spazio se non quella della luce?
Analoghi comportamenti umani
Questa dialettica ricorda per qualche verso, la recentissima scoperta (2011) tutta italiana dalla nuova e pressoché inesauribile fonte energetica chiamata inizialmente “fusione fredda” che il nostro Paese si è fatta scippare all'estero. Infatti, mentre gli scienziati imbrigliavano i politici nostrani sul fatto che non potesse trattarsi della contestata fusione fredda, gli Usa e persino la Grecia, quantunque in preda alle note problematiche finanziarie che sta attraversando, non si sono lasciati abbindolare dal fatto che si trattasse di una fusione fredda, tiepida, calda o come la si volesse chiamare. La Grecia, ad esempio, cambiando astutamente il nome del sistema in “Iperion”, ha prontamente installato un generatore di forza elettromotrice da un milione di watt che sarà pronto prima della fine del corrente anno e dal quale uscirà un energia elettrica per l'utenza al costo di un centesimo di euro al kilowattora, anziché 35 come quelli che si pagano oggi in Italia e che quasi certamente tra breve, saranno superati. La fisica dell'Iperion, anche se è alquanto distante da quella del neutrini è solo un esempio di come la apparenza di un concetto condiziona i comportamenti di coloro che preferiscono affrontare feroci discussioni per una questione di principio piuttosto che risolverne una di fine. Tutto ciò a discapito della stessa comunità a cui appartengono.
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Raccomandazione della Commissione EU sugli scarichi radioattivi |
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Gazzetta ufficiale n. L 002 del 06/01/2004 pag. 0036 - 0046 Raccomandazione della Commissione del 18 dicembre 2003 relativa ad informazioni standardizzate sugli scarichi radioattivi liquidi e gassosi emessi nell'ambiente dalle centrali nucleari e dagli impianti di ritrattamento durante il normale funzionamento [notificata con il numero C(2003) 4832] - (2004/2/Euratom) LA COMMISSIONE DELLE COMUNITÀ EUROPEE, - visto il trattato che istituisce la Comunità europea dell'energia atomica, in particolare l'articolo 124, - sentito il gruppo di esperti nominati dal comitato scientifico e tecnico ai sensi dell'articolo 31 del trattato, - considerando quanto segue:
(1) In virtù del titolo II, capo 3, del trattato Euratom, gli Stati membri devono comunicare regolarmente alla Commissione le stime relative ai livelli di radioattività ambientale.
(2) L'articolo 35 del trattato Euratom impone a ciascuno Stato membro di provvedere agli impianti necessari per effettuare il controllo permanente del grado di radioattività dell'atmosfera, delle acque e del suolo, nonché al controllo dell'osservanza delle norme fondamentali.
(3) L'articolo 36 del trattato Euratom impone alle autorità competenti di comunicare periodicamente alla Commissione le informazioni relative ai controlli ambientali di cui all'articolo 35, in modo tale da tenerla al corrente del grado di radioattività cui è esposta la popolazione. Le informazioni relative ai controlli di cui all'articolo 35 comprendono le informazioni sui livelli di radioattività negli scarichi, necessarie per valutare l'impatto ambientale di tali scarichi. Questo aspetto non è preso in considerazione nella raccomandazione 2000/473/Euratom della Commissione, dell'8 giugno 2000, sull'applicazione dell'articolo 36 del trattato Euratom riguardante il controllo del grado di radioattività ambientale allo scopo di determinare l'esposizione dell'insieme della popolazione(1). È opportuno definire e specificare tali informazioni.
(4) In virtù della raccomandazione 1999/829/Euratom della Commissione, del 6 dicembre 1999, sull'applicazione dell'articolo 37 del trattato Euratom(2), gli Stati membri trasmettono regolarmente alla Commissione una dichiarazione sugli scarichi nell'ambiente di residui radioattivi liquidi o gassosi provenienti dalle centrali nucleari o impianti di ritrattamento. Tuttavia la raccomandazione 1999/829/Euratom non specifica il contenuto delle informazioni da fornire nella dichiarazione. La presente raccomandazione definisce e specifica tali informazioni.
(5) L'articolo 45 della direttiva 96/29/Euratom del Consiglio, del 13 maggio 1996, che stabilisce le norme fondamentali di sicurezza relative alla protezione sanitaria della popolazione e dei lavoratori contro i pericoli derivanti dalle radiazioni ionizzanti(3) impone alle competenti autorità degli Stati membri di provvedere affinché le dosi alla popolazione risultanti da pratiche soggette ad autorizzazione preventiva siano stimate nel modo più realistico possibile; per valutare tali dosi sono necessarie informazioni specifiche sui singoli radionuclidi emessi nell'ambiente.
(6) Per rendere comparabili su scala comunitaria i risultati della misurazione degli scarichi radioattivi e assicurare il rispetto in tutta la Comunità di criteri minimi relativi ai metodi di analisi sono necessarie informazioni standardizzate sui radionuclidi rilasciati nell'ambiente dalle centrali nucleari e dagli impianti di ritrattamento durante il normale funzionamento. A tal fine, per ciascuna categoria di scarichi radioattivi e per ciascun tipo di impianto nucleare considerato, è opportuno identificare alcuni radionuclidi di riferimento cui dovranno applicarsi appositi limiti di rilevazione. I radionuclidi di riferimento dovranno rappresentare determinati gruppi di radionuclidi o uno specifico tipo di radiazione, essere significativi dal punto di vista dell'impatto radiologico e costituire idonei indicatori di sensibilità della misura.
(7) La Commissione pubblica rapporti periodici sugli effluenti radioattivi emessi annualmente dalle centrali nucleari e dagli impianti di ritrattamento del combustibile nucleare situati nella Comunità europea e sulla valutazione dell'impatto radiologico degli impianti nucleari situati nell'Unione europea sulla popolazione degli Stati membri. Il ricorso ad informazioni standardizzate accrescerebbe l'importanza e la trasparenza di tali rapporti.
(8) In questa fase, come primo passo verso l'armonizzazione a livello comunitario, è importante assicurare la comparabilità delle informazioni sui livelli di radioattività presenti negli scarichi delle centrali nucleari e degli impianti di ritrattamento del combustibile nucleare durante il normale funzionamento.
La presente raccomandazione non riguarda le operazioni di smantellamento, data la natura differente di tali operazioni e i diversi tipi di rifiuti da esse generati, RACCOMANDA:
1. La presente raccomandazione definisce le informazioni relative ai radionuclidi emessi o suscettibili di essere emessi dalle centrali nucleari e dagli impianti di ritrattamento durante il normale funzionamento scelte ai fini del controllo e della comunicazione alla Commissione europea.
2. Ai fini della presente raccomandazione si intende per: a) "normale funzionamento", le normali attività collegate al funzionamento di un reattore nucleare o di un impianto di ritrattamento, compresa la fase di disattivazione (arresto e operazioni di confinamento e sorveglianza), ma non la fase di smantellamento; b) "nuclidi di riferimento", indicatori adeguati della sensibilità della misura selezionati per ciascuna categoria di nuclidi; c) "limite di rilevazione", il più basso valore reale del misurando rilevabile (con una certa probabilità di errore) dal metodo di misurazione; d) "soglia di decisione", il valore fisso della quantità critica (variabile casuale per stabilire la presenza o l'assenza dell'effetto fisico da misurare) che, se oltrepassato dal risultato di una misurazione effettiva di un misurando utilizzato per quantificare un determinato effetto fisico, consente di stabilire la presenza di tale effetto.
3. Per gli scarichi liquidi e gassosi delle centrali nucleari e degli impianti di ritrattamento, si raccomanda agli Stati membri di valutare l'attività rilasciata da tutti i radionuclidi elencati nella colonna 1 dell'allegato I.
4. Nel caso in cui i valori misurati siano inferiori ai limiti di rilevazione, per i radionuclidi di riferimento specificati nella colonna 2 dell'allegato I i limiti di rilevazione ottenuti non dovrebbero superare i valori definiti nella colonna 3 dell'allegato I.
5. Qualora il calcolo delle emissioni di specifici radionuclidi sulla base dei dati operativi o dei risultati della misurazione di altri radionuclidi consenta di ottenere una precisione equivalente, è possibile utilizzare i valori di scarico calcolati in sostituzione delle misurazioni dirette.
6. La determinazione dei limiti di rilevazione, delle soglie di decisione e l'espressione dei risultati dovrebbero essere conformi alla norma internazionale ISO/DIS 11929-7. Per motivi pratici, anche se tecnicamente la soglia di decisione è inferiore alla metà del limite di rilevazione effettivamente ottenuto per una determinata misura, cautelativamente essa può essere considerata pari alla metà del limite di rilevazione.
7. Qualora i risultati della misurazione siano inferiori alla soglia di decisione, essi dovrebbero essere sostituiti cautelativamente da un valore pari alla metà della soglia di decisione. Tuttavia, qualora i risultati di più misurazioni effettuate nel periodo considerato siano tutti inferiori alla soglia di decisione, è ragionevole supporre che il valore effettivo sia uguale a zero, ossia che il radionuclide non sia presente nello scarico.
8. Si raccomanda agli Stati membri di comunicare alla Commissione le seguenti informazioni sugli scarichi radioattivi, rispettando il formato delle schede riportate nell'allegato II: a) i valori di scarico annui per ciascuno dei radionuclidi elencati nella colonna 1 dell'allegato I per il quale la misurazione fornisca almeno un risultato superiore alla soglia di decisione nel periodo considerato, o per il quale nello stesso periodo sia stata effettuata una valutazione mediante calcolo; b) per ciascun radionuclide di riferimento, il valore più elevato del limite di rilevazione ottenuto fra tutte le misurazioni effettuate nel periodo considerato; c) le stime delle emissioni di radionuclidi basate sui calcoli come alternativa alla misurazione quando quest'ultima non è tecnicamente fattibile; d) nel caso in cui sia nota, la forma chimico-fisica del trizio, del carbonio 14 e dello iodio emessi in atmosfera; e) la base temporale dei valori comunicati, ed eventualmente informazioni sul metodo di somma utilizzato, ivi compresi i valori utilizzati nella stima dei risultati della somma in sostituzione dei valori inferiori alla soglia di decisione; f) il metodo di campionamento dei flussi di effluenti. Le informazioni di cui alle lettere d), e) ed f) dovrebbero essere fornite nel campo "note". Sempre nel campo "note" occorre specificare l'eventuale ricorso alle stime di cui alla lettera c), insieme all'indicazione del metodo utilizzato e, all'occorrenza, del relativo limite di rilevazione.
9. Il periodo di riferimento per la comunicazione dei dati relativi agli scarichi radioattivi dovrebbe essere l'anno solare. Le informazioni sul rilascio di effluenti radioattivi dovrebbero essere trasmesse entro il 30 settembre dell'anno successivo. 10. Gli Stati membri sono destinatari della presente raccomandazione.
Fatto a Bruxelles, il 18 dicembre 2003. Per la Commissione : Loyola De Palacio , Vicepresidente (1) GU L 191 del 27.7.2000, pag. 37. - (2) GU L 324 del 16.12.1999, pag. 23. - (3) GU L 159 del 29.6.1996, pag. 1.
ALLEGATO I Informazioni standardizzate sui radionuclidi emessi dalle centrali nucleari e dagli impianti di ritrattamento durante il normale funzionamento A. Centrali nucleari - A.1 Scarichi in atmosfera - A.2 Scarichi liquidi B. Impianti di ritrattamento - B.1 Scarichi in atmosfera - B.2 Scarichi liquidi(1) (1) Normalmente gli effluenti liquidi degli impianti di ritrattamento sono trattati insieme ai liquidi provenienti da altri impianti situati nello stesso sito. |
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L’URANIO DEPLETO E’ SPORCO O PULITO? |
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Da quando è emerso che venivano usate armi all’uranio , in occasione della guerra nei Balcani e di quella nel Golfo, per molti anni si è parlato e scritto” molto e poco” su questo argomento e comunque sempre dopo che si sono conosciute le prime notizie sulle gravi malattie che hanno portato a morte molti militari impegnati nelle zone dei conflitti. Fino al 1999 l’uranio era un metallo pesante radioattivo, altamente tossico per ingestione ed inalazione, capace di trasformare alcune cellule umane nel fenotipo tumorigenico come è stato pubblicato nel volume 106, n. 8, agosto 1998, sulla autorevole rivista Enviromenthal Healh Perspective, pg .465 e seguenti; numerosa letteratura è di supporto a tali pubblicazioni. Nel volume Ambiente e Salute in Italia del 1997, pubblicazione OMS ( Organizzazione Mondiale della Sanità) Centro Europeo Ambiente e Salute , divisione di Roma, pg. 361, nella rassegna degli effetti sulla salute delle radiazioni ionizzanti si legge che “…le particelle alfa, a parità di dose assorbita sono molto più efficaci nell’indurre la carcinogenesi rispetto ai raggi X e gamma e agli elettroni”. L’evidenza scientifica sull’uranio ed i suoi composti era così autorevole e documentata che esiste da decenni una legislazione sia europea che italiana nella quale sono anche compresi i consigli per ridurre i rischi per la salute di chiunque sia esposto. Fino dal 1935 (Regio Decreto n. 145/28.01.1935 -XIII: “Approvazione del regolamento per l’applicazione delle norme contenute nel T.U. Leggi sanitarie per la disciplina degli impianti di radiologia e radiumterapia”) il materiale radioattivo doveva essere schermato qualunque fosse l’uso “…tanto per il personale medico quanto per il personale di assistenza. ”; già nel 1936 una speciale Commissione Americana aveva individuato le dosi tollerabili, per ridurre i rischi alla salute sia per gli esposti che per gli eventuali nascituri. Costituitasi la ICRP - Commissione Internazionale per la Protezione Radiologica (fu fondata nel 1928 a Stoccolma sotto il nome di "Comitato Internazionale per la Protezione contro i Raggi X ed il Radio", a seguito di una decisione del II congresso di Radiologia, in altre parole la radioprotezione nasce nell'ambito dell'utilizzo medico delle radiazioni ionizzanti, solo successivamente la crescente importanza dell'utilizzo dell'energia nucleare amplierà il campo di azione della radioprotezione, tuttavia i principi primi, sempre a oggi validi, nascono nell'ambito della radiologia medica. L'attuale nome della commissione è stato introdotto nel 1950 e da allora il lavoro della commissione si è svolto in modo da aggiornare costantemente il concetto di radioprotezione con metodologie di lavoro che non negano mai quanto affermato in passato ma amplificano e dettagliano meglio nel tempo il concetto di radioprotezione.) per decenni ne sono stati pubblicati i rapporti anche in Italia, nei quali si citano le terapie d’urgenza da utilizzare per gli infortunati. Fondazioni come la Rockfeller e la Ford , oltre alle Agenzie Internazionali come la IAEA per l’energia atomica e l’OMS per la salute, finanziavano gli studi, pubblicavano le raccomandazioni ed informavano sui danni per far conoscere ed attuare le misure di sicurezza e le terapie mediche di intervento. Dalla pubblicazione n. 28 ICRP e dalle successive pubblicate con IAEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) e in Italia dall’ENEA, informazioni dettagliate prescrivono cosa fare per gli infortunati irradiati. Nel 1953 veniva pubblicato dalla “Scuola Unica Interforze per la difesa ABC”, a cura dello Stato Maggiore Aeronautica Militare - Ufficio Studi , un volume su …” tutta la conoscenza del potere lesivo delle radiazioni penetranti (ionizzanti ndr)” dove la carcinogenesi e le mutazioni, oltre ad altre gravi ed incurabili patologie ad insorgenza a medio ed a lungo termine, correlabili alla dose, sono ampiamente descritte e documentate. In merito alla dose, essa si diceva fosse “… facilmente e rapidamente eseguibile dalle stesse persone soggette all’irradiazione, tramite l’uso dei dosimetri”. Poi, negli anni successivi al 1953, venne studiata e resa nota la dosimetria indiretta citogenetica indicata “dalle analisi cromosomiche, dalle valutazioni biochimiche e dagli esami emocromocitometrici.” per cui, in base alle dosi ricevute e/o assorbite si poteva richiedere l’intervento medico che suggeriva le specifiche terapie. Di tutto quello che si sapeva in quegli anni, successivamente, non è stato fatto altro che essere riconfermato anche attraverso le numerose normative dell’EURATOM. In merito alle persone esposte ad uranio, anche depleto, erano previste le flebo di carbonati per “la depurazione ematica e per ridurre il deposito, nel tessuto osseo, dei radionuclidi introdotti nell’organismo” e, senti, senti, sono previste anche oggi. Il mondo scientifico civile ha pubblicato quanto fin qui sinteticamente riportato, anche se i media non hanno divulgato queste notizie. Tornando al DU , usato dai militari in grandi quantità, molto poco è stato divulgato, soprattutto in Italia, dove la salute dicono sia tanto importante. Nel 2003 l’OMS (Fact Sheet n.257, revised Jannuary 2003) pubblicava che, oltre all’uranio depleto naturale, o pulito, esisteva l’uranio depleto di origine antropogenica o “sporco” che contiene l’isotopo Uranio236, di elevata radiotossicità, oltre a Plutonio, Americio, Neptunio, ed il prodotto di fissione Tecnezio-99. Tali radionuclidi, dice l’OMS, dovrebbero aggiungere una dose di radiazione addizionale non superiore all’1% ma, non conoscendo la quantità presente nell’ambiente e sulle persone esposte dopo i bombardamenti che hanno disperso nell’ambiente tonnellate di materiale radioattivo, questa probabilità è solo una ipotesi o, meglio, una speranza ben sapendo che sono comunque tossici chimicamente. Le scorie radioattive non vengono pertanto sistemate adeguatamente lontano da persone, animali ed ambiente popolato ma contaminano chicchessia, anche lontano dal punto di impatto, direttamente o indirettamente, senza che i malcapitati ne abbiano coscienza. Dalle prime denunce dei militari malati e poi deceduti, alcune decine, si è passati a oltre cento morti ed a migliaia di malati, in base ai dati forniti alla stampa, senza che ci sia un accordo tra i dati ufficiali e quelli delle associazioni di tutela. Nel secondo convegno sull’uranio fatto all’Istituto Superiore di Sanità, a Roma, il 17 dicembre 2008, si è fatto un aggiornamento : si ipotizza, si studia, si sviluppano prospettive di ricerca . Si scrive molto sulla “mancanza di informazioni sull’esposizione all’uranio impoverito” ma la mancanza vera è che non si fanno gli accertamenti, gli esami mirati e specifici, anche se i “Medici di radioprotezione -autorizzati-“ e gli “Esperti qualificati” sono migliaia in Italia; ci sono anche migliaia di euro per la ricostruzione, ci sono migliaia di euro per le Commissioni Parlamentari d’inchiesta, ci sono incontri, convegni, aumentano le relazioni e gli studi, hanno proposto milioni di euro di risarcimenti, hanno fatto altre leggi, decreti ministeriali, ripropongono i corsi di formazione, si aggiornano, valutano il rischio, lo rivalutano e sostengono che ce ne siano di peggiori… ma che fine hanno fatto i dosimetri ?? …e le flebo? Una sentenza del 17.12.2008 del Tribunale di Firenze obbliga il Ministero della Difesa a risarcire un militare malato con 545.000 euro; nella perizia del consulente si parla di ”uranio depleto sporco”, sottoprodotto dell’industria nucleare, contaminato con uranio 236”…ma, ci chiediamo, serviranno a far guarire il risarcito? La salute dovrebbe essere, così come la prevenzione, un diritto soggettivo, invece, gli effetti delle armi nucleari - pubblicati su di un manuale nel 1957, tradotto dai nostri militari da un manuale del Ministero della Difesa degli Stati Uniti ed edito nel 1959, venivano pubblicizzati “…per uso delle organizzazioni interessate alla Difesa Civile e per sviluppare i provvedimenti contro tutti gli effetti nucleari di interesse della Difesa Civile.” Nel testo succitato del 1953, a pag. 121, si elencano gli scopi della guerra radiologica, la convenienza, fatta esclusa la bomba atomica, dell’uso delle armi radiologiche ”…che possono presentare qualche vantaggio oltre a quello del loro particolare effetto psicologico” e continuano dicendo che si possono usare le radiazioni alfa, beta e gamma ma non i neutroni perché “…non sembra che esista un sistema pratico che consenta di disseminarne forti quantità.”. In merito, invece, alle particelle alfa che, per potere fare danno devono entrare nel corpo, l’aggiornamento del 1997, pubblicato dall’OMS : “Ambiente e salute in Italia”, informa per le particelle alfa che “…a parità di dose assorbita sono molto più efficaci nell’indurre la cancerogenesi rispetto ai raggi X , gamma e agli elettroni”. La radiazione dell’uranio depleto, pulito o sporco che sia, quale è ?? Nella relazione finale della Commissione istituita dal Ministro della Difesa sull’incidenza di neoplasie maligne tra i militari impiegati in Bosnia e Kosovo, noi non abbiamo trovato la risposta prevista in relazione al compito di detta Commissione che “…era quello di accertare tutti gli aspetti medico scientifici emersi e venuti all’attenzione in questi ultimi tempi di patologie tumorali nel personale militare.che hanno svolto attivita’ operativa in Bosnia e Kossovo, verificando se esista correlazione con il munizionamento all’uranio impoverito impiegato in quell’area; ovvero se siano identificabili cause diverse all’origine di queste patologie.” Non si sa se sia stato interpellato il medico autorizzato, non si sa se i militari malati siano stati sottoposti agli accertamenti mirati, da effettuare in tempi previsti, presso l’ENEA CR Casaccia e presso l’ENEA IRP Bologna, non si sa quale sia l’escrezione individuale – anonima – dei militari studiati (sani o malati?). Tra i risultati ottenuti 5 valori erano “superiori a 50 ng/l” : ne sono a conoscenza gli interessati? Nella seconda relazione di detta Commissione, pubblicata su Epidemiologia e Prevenzione, anno 25 (3), maggio-giugno 2001, a pg. 109 è scritto: “ non si deve trascurare che le conoscenze sul destino metabolico dell’uranio prefigurano la possibilità dell’insorgenza di neoplasie dei tessuti linfatici”. Il Ministro della Difesa era Antonio Martino, figlio del “grande maestro di medicina all’Università di Roma sul cui celebre testo di Fisiologia si sono formate generazioni di studenti” come dice il suo ex studente Gen.Isp.Capo CSrn Antonio Tricarico nell’editoriale del “Giornale di Medicina Militare” - periodico del Ministero della Difesa - fasc. 1-3.2001 Gabriele Ratini & Patrizia Ravagnan
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